Sei nella pagina dedicata alla storia di Castelgrande, della sezione "Cultura e società", del canale tematico "Conoscere Castelgrande".

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Un po' di storia locale

CASTELGRANDE ha ripetutamente cambiato il proprio nome nel corso della sua storia.

I documenti più antichi che si conoscono usano la denominazione CASTRUM DE GRANDIS, con la variante CASTELLUM DE GRANDIS .

Si rinvengono anche documenti ove il Comune è indicato come TERRA CASTRI GRANDIS.

In un atto notarile del 1472, poi, il paese fu designato come CASTRUM MAGNUM e di seguito, in altri atti notarili del 1619 e del 1684, la denominazione diviene TERRAE CASTRI MAGNI.

Fin qui i nomi latini.

In italiano, si passa da CASTELGRANDE a CASTELLO GRANDE o CASTELLOGRANDI.

Un altro appellativo usato per indicare il paese è CASTELGRANDINE e fu in vigore dal 1656 al 1803, pur con le varianti di CASTEL DI GRANDINE, CASTELLO DI GRANDINE, CASTELGRANDINO e, infine, CASTELLO DE GRANDINE.

Quanto al significato del nome di CASTELGRANDE, l’opinione di Don Francesco Masi, autore del testo CASTRUM DE GRANDIS – CASTELGRANDE è quella che identifica il paese come Castello appartenente alla Famiglia DE GRANDIS.

Alla fine del XIX secolo, Nicola Cianci di Sanseverino scriveva:
“…appena la strada, uscendo dal bosco demaniale di Castelgrande, costeggia le ultime diramazioni del Subappennino, a guardare le alte mura di quella fortezza longobarda e le torri quadrangolari, che ancora si tengono in piedi, la impressione, che se ne riceve, è grandissima…”.

Oggi le alte mura non ci sono più, le torri quadrangolari sono meno che rovine, ma l’impressione che si ha, guardando Castelgrande è, comunque, bella.

Le notizie, circa le origini di Castelgrande, sono poche ed incerte. La prima menzione risale al 1239, quando Federico II impartì disposizioni per la manutenzione dei castelli. Gli uomini di “Castellum de Grandis” erano tenuti alla manutenzione del castello di Pescopagano.
“Se vuolsi aggiustar fede alla tradizione che si rispecchia nella storia, e come questa vive e si eterna nei secoli, la fondazione di Castelgrande fu di genti longobarde … Tutti i dizionari geografici e storici confermano quella tradizione, la quale, a non dir altro, potrebbe essere giustificata dai ruderi delle torri quadrangolari, che sono in cima al paese, e sulle quali il tempo pare tuttavia imprima il solenne orrore della sua possanza”.

Nicola Cianci di Sanseverino, in un’altra pubblicazione(N. Cianci di Leo Sanseverino, Da Castelgrande agli avanzi ciclopici di Muro Lucano, Napoli 1889)., si spinge ancora molto più in là nel tempo e afferma che se dagli avanzi di Picenza sorsero le città di Acerno e di Montecorvino “alla stessa guisa può supporsi, che dagli abitanti della distrutta Numistro fossero sorti Castrum Muri e Castrum Grandis, oggi Castelgrande, che, prima della stessa città di Muro, fin dal tempo dei longobardi, fu elevata all’onore di contea”.

Giacomo Racioppi nutre, al riguardo, qualche perplessità e ritiene che la fondazione di Castrum Grandis sia piuttosto di epoca normanna. Lo stesso studioso ritiene che il nome di “Castello grande”, come anche veniva chiamato in passato Castelgrande, derivi dalla contrapposizione col piccolo castello che si trovava in località Guardiole. Questo toponimo significa, appunto, luogo ove si trova un piccolo posto di guardia.

A giudicare dai vari feudatari, il feudo doveva essere di una certa importanza. Basti pensare a Pietro Annibaldi di Roma, a Giovanni Pipino di Barletta e a Giorgio d’Alemagna, viceré di Napoli. Nel 1496, Ferdinando II di Aragona elevò la Contea di Castelgrande all’onore di Ducato. L’ultimo feudatario di Castelgrande fu Don Giuseppe Maria d’Anna. Nel 1631, venne aperta al culto la Chiesa Madre “Santa Maria Assunta”.

Sulla porta laterale, detta volgarmente porta falsa, si leggeva: “haec est domus domini firmiter edificata bene fundata est super firmam petram anno domini 1631”. (Questa è la casa del Signore saldamente edificata e ben costruita sulla solida roccia nell’anno del Signore 1631). Completamente distrutta dal terremoto del 1980, dopo una interminabile opera di ricostruzione, è stata riaperta solo nel febbraio del 2008.

Durante la rivolta anti spagnola del 1648, a capo degli insorti c’era un castelgrandese, Matteo Cristiano. Sotto il suo comando, prima che si arrendesse al fato avverso, tutta la Basilicata e parte della Puglia erano state sottratte al giogo spagnolo. Nel 1653 fu catturato in Abruzzo e il 23 agosto dello stesso anno a Napoli fu “decollato”. Il 23 agosto 1913, il municipio di Castelgrande appose una lapide sulla casa avita ed intitolò, a suo nome, la piazzetta antistante.

Nel 1657 la peste colpì anche Castelgrande: dei 1850 abitanti, stando ai registri parrocchiali, ne morirono circa 1200.

Nel 1799 anche a Castelgrande, dopo tragici avvenimenti, venne piantato l’albero della libertà. Antonio Cecina, che in seno alla Municipalità rappresentava la corrente radicale, organizzò una manifestazione popolare contro l’atteggiamento del sindaco Vincenzo Melillo che si opponeva alla divisione delle terre demaniali. La manifestazione degenerò e il sindaco fu ucciso insieme ad altre quattro persone. L’11 marzo del detto anno fu costituita una nuova Municipalità, costituita tutta da uomini appartenenti alla corrente radicale che si prefiggevano di risolvere la questione delle terre demaniali. Il 10 maggio, però, le truppe sanfediste, provenienti da Pescopagano, al comando Sciarpa, presero Castelgande e saccheggiarono le case degli esponenti rivoluzionari.

Durante il sacco di Castelgrande fu ucciso il calzolaio Gianmaria Scatigno
“a colpi di schioppetto previa legatura ad un anello in dove si legano i cavalli”. Seguì una feroce reazione e molti furono deferiti ai tribunali militari. A proposito di Antonio Cecina, il Pedio dice: “esponente della corrente radicale del partito repubblicano in Castelgrande, promosse l’8 marzo 1799 la manifestazione popolare contro la Municipalità… feroce capopopolo rivoluzionario. Esercitò da deputato della Municipalità e insinuava alli paesani contro l’altri Municipalisti che s’opponevano a spartire le difese alli bracciali dicendo che col nuovo governo s’era acquistata la libertà, aboliti i titoli e s’era venuti a ricevere il gran beneficio di potersi dividere le terre e le difese……”.

Nel 1803 nacque a Castelgrande Guglielmo Gasparrini. Fu patriota e botanico tra i più illustri del XIX secolo, morì a Napoli nel 1866. Nel 1870, anche grazie ad un suo legato di 5.000 lire, fu restaurata la chiesa madre. Nel centenario della scomparsa fu eretto, in suo onore, un busto bronzeo in piazza Dante.

A cavallo tra i secoli XIX e XX, per ben ventisei anni, fu a capo dell’amministrazione comunale Potito De Sanctis. Nel 1923, con l’avvento del regime fascista, rassegnò definitivamente le dimissioni. Numerose le opere di ammodernamento da lui fatte realizzare: si segnala, nel 1891, l’installazione, a Castelgrande, del telegrafo e nel 1897 l’ultimazione del nuovo cimitero. In quel periodo furono anche progettati l’acquedotto comunale e l’edificio scolastico, il quale ultimo vedrà la luce solo cinquanta anni dopo. Durante il mandato De Sanctis, fu altresì realizzato l’impianto di pubblica illuminazione. Nel 1956, un comitato presieduto dal prof Aniello DE SANCTIS lo commemorò e fu scoperta una lapide in Largo Municipio che divenne “Piazzetta Potito DE SANCTIS”.

Posto all’estremo nord della Basilicata, a quasi mille metri di altitudine, Castelgrande è un piccolo paese, che nei decenni passati ha visto emigrare buona parte dei giovani e oggi vive le contraddizioni di uno sviluppo che, pur interessando le zone limitrofe, non riesce ad arrestare un flusso migratorio che, in realtà, tra alti e bassi non si è mai interrotto. L’emigrazione, che nel secondo dopoguerra assunse i connotati di una vera e propria diaspora, già nella seconda metà del 1800 aveva raggiunto dimensioni notevoli. Basti pensare che il 5 marzo 1907, a New York, fu fondata una società di mutuo soccorso denominata “Gioventù castelgrandese”.

Scriveva in quel periodo Nicola Cianci di Sanseverino (Vedi N.Cianci di Leo Sanseverino “Da Castelgrande agli avanzi ciclopici di Muro Lucano” pagg. 28/29, Napoli 1889)
“Venne a destarmi da questi pensieri l’apparire improvviso di alcune povere famiglie, che, o vinte dagli inesorabili stimoli del bisogno, o lusingate da un vago sentimento di vivere ignoto e meno disagiato, abbandonavano i loro tugurii, cercando miglior destino, attraverso l’oceano e le faticose lande delle Americhe. Sventuratamente la febbre dell’emigrazione si estende ancora ai piccoli possidenti, che sono la base fondamentale delle istituzioni in uno stato di ordini liberi….. Ben so che il legislatore non può sopprimere il diritto naturale di locomozione….ma può ben rivolgere tutto il rigore delle pene contro quei tristi speculatori di carne umana, che allo scorcio di questo secolo, hanno inaugurata la tratta dei bianchi…”..

In pieno conflitto mondiale, esattamente il giorno otto settembre 1917, fu fondato l’Istituto Santa Maria degli Angeli che fu affidato alle figlie di Maria Ausiliatrice. Queste, ininterrottamente, lo hanno gestito fino al 1999, quando hanno lasciato definitivamente Castelgrande.

Fu grazie alle rimesse dei numerosissimi emigrati e all’entusiasmo e alla tenacia di chi era rimasto in patria che, nel maggio del 1918, fu fondata una banca. Nata come Cassa Rurale di prestiti, intitolata a “Santa Maria Assunta in cielo”, nei primi anni patì, comprensibilmente, le conseguenze della prima guerra mondiale, non riuscendo, o riuscendovi solo in parte, a promuovere il progresso economico e civile della nostra comunità. Dopo alterne vicende e numerosissime vicissitudini, nel 1984 è stata incorporata nella banca Monte dei Paschi di Siena.

Dopo il ventennio, e le nefaste conseguenze delle proditorie avventure belliche, ancora l’emigrazione non poté non essere protagonista della vita quotidiana a Castelgrande.

Arroccato sulle alture del Subappennino lucano, in bella posizione completamente esposto a mezzogiorno, Castelgrande domina la valle del Marmo, dalle cui nebbie si lascia, talvolta, solo lambire, quasi mai avvolgere. Solo raramente, infatti, la nebbia sale ad offuscare il cielo più terso d’Italia.

Di questa eccezionale particolarità del cielo castelgrandese sapevano gli astronomi che, sul finire degli anni sessanta, scelsero Castelgrande quale sede dell’osservatorio astronomico nazionale. Il posto era davvero interessante per le osservazioni del cielo, e, già nei primi anni settanta, un gruppo di astronomi, provenienti dall’osservatorio astronomico di Edimburgo, installò, in località Palazzulo, un piccolo telescopio. Di lì a poco, un altro gruppo di studiosi, provenienti, questa volta da Arcetri (FI) andò ad installarsi sul Monte Toppo. Dopo i primi entusiasmi seguirono anni di oblio. Successivamente, il progetto è stato ripreso, seppur notevolmente ridimensionato. La fase di “rodaggio” è giunta al termine e l’attività di ricerca scientifica vera e propria è iniziata ad ottobre 2008. Numerosi studiosi, provenienti da ogni parte d’Italia, vengono ad “osservare” presso il nostro Osservatorio Astronomico.

Nota storico - araldica sugli emblemi civici del Comune di Castelgrande

Il Comune di Castelgrande ha ottenuto il Decreto di riconoscimento da parte del Presidente della Repubblica dei propri emblemi civici (stemma e gonfalone) il 13 luglio 2004.

Questa la blasonatura ufficiale: di azzurro alla torre di argento, murata di nero, merlata alla guelfa di tre, finestrata di uno sotto la merlatura, di nero, munita di due marcapiani, essa torre chiusa di nero, la porta sormontata dal piccolo fiore di sei petali d’argento, fondata sulla campagna diminuita di verde.

Il drappo del gonfalone è partito (cioè diviso a metà in senso verticale) di bianco e di azzurro.

Lo stemma del Comune appare in due importanti blasonari, entrambi del secolo scorso. Viene riportato, infatti, sia nella raccolta curata dal Gattini, dal titolo “Delle armi dei Comuni della Provincia di Basilicata”, sia nella raccolta dedicata agli stemmi dei Comuni italiani, edita (tra l’altro riporta delle belle miniature degli emblemi a colori) nei primi anni del Novecento.

A proposito di Castelgrande, Gattini scrive: “Detto nelle carte angioine “Castrum Grandinis o de Grandis o de Grande” par così addimandato per essere il maggiore dei castelli in quella contrada; è posto su una rupe, dove tuttora se ne veggano gli avanzi, ed ha il paese ad disotto”.

Evidentemente si tratta di uno stemma chiamato in araldica parlante, cioè di una arma che tramite le sue figura richiama immediatamente il toponimo.

I colori del gonfalone, l’azzurro ed il bianco, oltre ad essere da tempo i colori che contraddistinguono la Comunità, sono anche presenti all’interno dello stemma. Infatti, il regolamento tecnico araldico vigente prevede che il gonfalone possa essere di uno o più colori purchè questi siano presenti anche nello stemma.